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Felicità? No grazie!

di Miguel Scordamaglia
Torino, 4 agosto 2026

Una finestra sul mare, un quaderno aperto e un palloncino dorato illuminati dal sole

Mi sono sempre detto che avrei voluto una vita piena, ricca e felice. Mi sbagliavo. Non in tutto, ma nella parte felice.

Perché?

Perché la felicità è una pessima candidata a diventare lo scopo di una vita. È meravigliosa quando arriva, naturalmente. Il problema comincia quando pretendiamo che rimanga.

Qualche tempo fa ho letto un articolo di Stephen Guise, autore di Mini Habits, che partiva da un’esperienza molto meno filosofica: aveva fame. Una fame tale, raccontava, che avrebbe scalato una montagna per mangiare un pretzel raffermo. Da lì arrivava a un’osservazione semplice: un cibo mediocre può sembrare magnifico a chi è affamato, mentre un piatto eccezionale può lasciare quasi indifferente chi è già sazio.

La felicità funziona spesso nello stesso modo. La prima fetta di pizza può essere memorabile, ma questo non significa che mangiarne altre otto moltiplicherà il piacere per otto. A un certo punto può accadere esattamente il contrario.

È una piccola immagine domestica di un fenomeno che la psicologia studia da decenni: l’adattamento edonico. Quando ci accade qualcosa di positivo, il nostro livello di benessere può salire sensibilmente, ma con il tempo tendiamo ad abituarci alla nuova situazione. Quello che ieri sembrava eccezionale diventa normale e ciò che è diventato normale smette progressivamente di produrre lo stesso effetto.

Uno dei primi studi diventati celebri sull’argomento confrontò persino alcuni vincitori della lotteria con un gruppo di controllo. I vincitori non risultavano stabilmente più felici degli altri e sembravano, paradossalmente, ricavare meno piacere da alcune esperienze quotidiane. La ricerca successiva ha molto affinato quelle prime conclusioni, perché non torniamo tutti meccanicamente a un fantomatico punto fisso, ma il fenomeno dell’adattamento resta ben documentato.

È il famoso hedonic treadmill, il tapis roulant edonico: corriamo, otteniamo qualcosa, stiamo meglio, ci abituiamo e ricominciamo a correre. Succede con i soldi, con una casa migliore, con una promozione, un viaggio, una relazione, un riconoscimento. Succede persino con diecimila follower che diventano centomila e poi un milione. Ogni traguardo, una volta raggiunto, tende a spostare il successivo un po’ più avanti.

La questione non è che queste cose non abbiano valore. Sarebbe una sciocchezza sostenere che vivere in sicurezza economica equivalga a vivere nell’indigenza, o che stare bene con qualcuno equivalga a essere soli e abbandonati. Il punto è un altro: nessun risultato riesce a garantire lo stato emotivo permanente che spesso gli attribuiamo in anticipo.

Pensiamo che quando arriveremo lì, finalmente saremo felici. Poi arriviamo lì e scopriamo che esiste già un altro lì.

L’inganno del “quando”

Una parte consistente della nostra vita rischia così di essere vissuta al futuro. Pensiamo che staremo bene quando avremo finito quel lavoro, quando guadagneremo abbastanza, quando avremo sistemato quella situazione, incontrato la persona giusta, quando i figli saranno grandi, quando andremo in pensione o semplicemente quando avremo più tempo.

È comprensibile. Gli obiettivi sono necessari e il desiderio muove una buona parte delle cose belle che abbiamo costruito. Ma c’è una differenza enorme tra desiderare qualcosa e consegnargli la responsabilità della propria felicità.

Nel secondo caso cominciamo a stipulare piccoli contratti con il futuro: io faccio tutto questo e tu, in cambio, mi renderai felice.

Il problema è che il futuro non firma. E anche quando ci concede esattamente ciò che avevamo chiesto, dopo qualche tempo quella conquista entra nell’arredamento della nostra esistenza. La vediamo ancora, ma non la guardiamo più.

Stephen Guise suggerisce per questo di non aspettarsi una felicità costante. Ha ragione. Forse, però, possiamo spingerci un poco più avanti, perché il problema potrebbe non essere soltanto come cerchiamo la felicità. Potrebbe essere che abbiamo scelto la felicità come destinazione sbagliata.

Una vita non è una linea crescente

Viviamo immersi in una cultura che misura quasi tutto attraverso grafici orientati verso l’alto. Fatturato, rendimento, carriera, produttività, follower, patrimonio e prestazioni sembrano funzionare secondo una regola implicita: quando una linea sale siamo soddisfatti, quando scende bisogna intervenire.

Finisce così che applichiamo inconsapevolmente lo stesso modello alla vita e vorremmo che anche il nostro benessere seguisse una bella curva crescente, un po’ più felici oggi, ancora di più domani e magnificamente felici tra dieci anni.

Ma un essere umano non è un titolo azionario.

Una vita piena contiene giornate splendide e mattine insignificanti, innamoramenti e lutti, vacanze e sale d’attesa, successi inattesi e problemi che avremmo volentieri evitato. Ci sono pranzi memorabili e panini mangiati in piedi, persone che arrivano e persone che se ne vanno.

Togliere tutto ciò che sta sotto la linea della felicità non produrrebbe una vita perfetta. Probabilmente produrrebbe una vita anestetizzata.

Guise osserva giustamente che senza i bassi non esisterebbero nemmeno gli alti. Se ogni giorno fosse eccezionale, dopo qualche tempo “eccezionale” sarebbe semplicemente il nuovo normale. È un punto che mi sembra importante soprattutto per la parte meno spettacolare dell’esistenza, quella zona centrale nella quale, in realtà, abitiamo quasi sempre.

Non viviamo sulle vette e nemmeno negli abissi. Viviamo nella cucina di casa, nelle telefonate, nel lavoro del martedì mattina, nella spesa, in una passeggiata, in una pratica da chiudere, nella persona che ci aspetta o nel caffè bevuto senza pensarci. Forse una buona vita si misura anche dalla capacità di abitare bene questa enorme terra di mezzo.

Dalla felicità alla pace

È qui che cambierei parola.

Più che una vita felice, oggi desidererei una vita in pace. La differenza sembra piccola, ma per me è enorme.

La felicità dipende inevitabilmente anche da quello che accade. La pace può esistere perfino quando quello che accade non ci piace. Posso essere in pace e contemporaneamente dispiaciuto. Posso attraversare una perdita senza esserne felice e senza essere per questo distrutto interiormente. Posso avere un problema da risolvere, una preoccupazione, persino paura, senza sentire che tutta la mia vita abbia improvvisamente perso valore.

La pace non elimina le emozioni, ma fa loro spazio. Non pretende che ogni giornata sia bella e non considera un fallimento personale il fatto di svegliarsi una mattina stanchi, nervosi o malinconici. Non ci obbliga nemmeno a trasformare ogni difficoltà in un’opportunità con una frase motivazionale stampata sopra. Ci permette, molto più semplicemente, di attraversarla.

Questa, forse, è la differenza fondamentale: la felicità vorrebbe fermare alcuni momenti, mentre la pace ci permette di attraversarli tutti. E paradossalmente proprio per questo rende più facile accorgersi della felicità quando arriva.

Godersi la prima fetta

Se smettiamo di pretendere che la felicità duri, possiamo finalmente goderne senza aggrapparci.

Una cena bellissima non deve necessariamente diventare uno stile di vita. Un viaggio può restare un viaggio. Un successo professionale non deve essere immediatamente superato da un altro successo più grande e una giornata meravigliosa può semplicemente finire. Possiamo persino concederle la dignità di finire.

È forse uno degli effetti più perversi del tapis roulant edonico: invece di assaporare ciò che abbiamo raggiunto, iniziamo immediatamente a usarlo come nuovo punto di partenza. La casa desiderata diventa piccola, il reddito che sembrava irraggiungibile diventa insufficiente e il riconoscimento ottenuto fa nascere il bisogno di un riconoscimento maggiore.

Non c’è necessariamente avidità in tutto questo. C’è adattamento. Ed è proprio sapendolo che possiamo difenderci, non rinunciando all’ambizione, ma imparando qualche volta a sederci sul gradino raggiunto, guardare il panorama e mangiare quella prima fetta di pizza senza domandarci immediatamente dove siano le altre otto.

Una vita piena

Alla fine salverei quasi interamente il desiderio con cui ho iniziato.

Vorrei ancora una vita piena. Vorrei che fosse ricca, intendendo la ricchezza nella sua accezione più larga: persone, esperienze, conoscenza, lavoro fatto bene, libertà, incontri, affetti, denaro sufficiente per non esserne schiavo, luoghi da conoscere e qualche sogno abbastanza grande da obbligarmi ancora a camminare.

E certamente spero che contenga molta felicità. Solo che non le chiederei più di essere felice.

Le chiederei pace.

La felicità verrà e se ne andrà. Alcune volte busserà alla porta senza essere stata invitata, altre volte la inseguiremo per chilometri e non la troveremo. Fa parte della sua natura.

Quando arriverà, sarà bello riconoscerla, offrirle qualcosa da bere e godersi la sua compagnia, senza chiudere la porta a chiave perché non possa andarsene.

Perché una vita piena non è quella nella quale siamo riusciti a trattenere tutti i momenti belli. È quella nella quale, quando i momenti belli finiscono, riusciamo ancora a stare bene dentro la nostra vita.