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Li riconoscerete dai loro frutti
di Miguel Scordamaglia
Capo Vaticano, 1° settembre 2026
Essendo argentino, seguo con una certa attenzione gli interventi dell’economista Javier Milei, il nostro attuale Presidente.
Al di là delle posizioni politiche, che si possono condividere o meno, mi interessa soprattutto un tratto del suo modo di ragionare: spesso parte dall’economia per arrivare all’uomo, intrecciando questioni economiche, antropologiche e morali in letture non convenzionali. Non sempre ne condivido le conclusioni, ma trovo che alcuni spunti meritino di essere approfonditi proprio perché escono dai confini abituali del dibattito economico.
L’ultimo intervento che mi ha colpito è quello pronunciato il 27 agosto scorso davanti agli studenti del Colegio ORT, durante un incontro nel quale Milei ha attraversato temi apparentemente lontani tra loro: la Bibbia, la scarsità, il lavoro, la proprietà, il capitalismo, il marxismo e, in fondo, la natura stessa dell’uomo. A un certo punto ha pronunciato una frase destinata inevitabilmente a fare rumore: «Marx era satanista».
L’affermazione è forte e porta immediatamente il discorso su un terreno accidentato, perché Milei non si limita a mettere in discussione il pensiero di Marx o le sue conseguenze storiche. Collega la sua visione dell’uomo a una dimensione spirituale e la contrappone a un ordine fondato sulla libertà, sulla proprietà e sulla responsabilità individuale. È una lettura che può apparire estrema, ma che contiene una domanda molto più interessante della provocazione con cui viene formulata.
Stabilire se Marx fosse realmente satanista è infatti una questione storica controversa e, tutto sommato, secondaria. Esistono suoi scritti giovanili cupi, rabbiosi, attraversati da immagini di dannazione, distruzione e ribellione contro Dio. Richard Wurmbrand li raccolse e interpretò in Marx & Satan, pubblicato in spagnolo come Marx y Satanás, sostenendo una tesi molto più radicale: che dietro Marx non ci fosse soltanto ateismo, ma una vera dimensione satanica.
La documentazione consente di discutere seriamente il primo punto, molto meno facilmente di dimostrare il secondo. Ma è proprio qui che il discorso, anziché chiudersi in una disputa su Marx, apre una questione molto più interessante.
Nel Vangelo di Matteo c’è una frase che offre un criterio sorprendentemente concreto per affrontarla: «Li riconoscerete dai loro frutti». Non dalle dichiarazioni, dalle intenzioni o dalle promesse, ma da ciò che concretamente producono.
L’inferno è lastricato di buone intenzioni
Quasi tutte le grandi ideologie politiche si presentano con intenzioni magnifiche: libertà, uguaglianza, emancipazione, sicurezza, giustizia, prosperità. Nessuno costruisce un movimento politico promettendo miseria, repressione e campi di lavoro forzato. Perfino le peggiori tragedie del Novecento sono state giustificate da obiettivi che, almeno nella propaganda, avrebbero dovuto migliorare la condizione dell’uomo.
Per questo giudicare un’idea soltanto attraverso le sue intenzioni è pericoloso. La domanda più importante è un’altra: cosa accade quando quella concezione dell’uomo viene trasformata in istituzioni, leggi e potere?
Ed è qui che la storia del comunismo diventa difficile da liquidare con la formula, ormai logora, secondo cui «quello non era vero comunismo».
Unione Sovietica, Cina maoista, Cambogia dei Khmer Rossi e numerose altre esperienze hanno avuto storie, culture e dirigenti profondamente diversi. Eppure alcuni elementi tendono a ripetersi: concentrazione del potere politico, abolizione o drastica limitazione della proprietà privata, eliminazione del dissenso, repressione religiosa, deportazioni, lavori forzati, carestie aggravate dalle decisioni politiche e milioni di morti.
Il numero complessivo è discusso. Alcune ricostruzioni parlano di decine di milioni, altre superano i cento milioni, altre ancora arrivano vicino ai centocinquanta. La contabilità storica è importante e non dovrebbe essere manipolata, ma non dovrebbe neppure diventare un espediente per evitare il problema.
Che le vittime siano sessanta, cento o centocinquanta milioni non cambia infatti la domanda essenziale: perché sistemi nati in luoghi diversi e guidati da persone diverse hanno prodotto con tanta frequenza risultati simili?
Quando l’eccezione continua a ripetersi, prima o poi bisogna interrogare il modello.
Prima dell’economia viene l’uomo
La parte più interessante del discorso di Milei non riguarda infatti Marx, ma l’antropologia.
Dietro ogni sistema economico esiste una certa idea dell’uomo. Il mercato presuppone che le persone possano possedere qualcosa, scegliere, contrattare, assumersi responsabilità e decidere come utilizzare il risultato del proprio lavoro. Un sistema collettivista parte invece dall’idea che una parte significativa di queste decisioni debba essere trasferita alla comunità politica e, inevitabilmente, a qualcuno che agisca in suo nome.
La differenza, a quel punto, non è soltanto economica ma morale, perché costringe a rispondere a domande molto concrete: chi possiede cosa, chi decide, chi può obbligare chi, qual è il limite del potere e se esista qualcosa che lo Stato non possa fare neppure quando sostiene di perseguire un bene collettivo.
Sono domande molto più profonde del livello delle tasse o del prodotto interno lordo.
Milei prova a collegarle direttamente alla tradizione biblica. «Non uccidere» tutela la persona. «Non rubare» presuppone che qualcosa appartenga legittimamente a qualcuno. «Non testimoniare il falso» rende possibile la fiducia. «Non desiderare la roba d’altri» introduce un limite morale all’appropriazione.
Il ragionamento è interessante. Molto più discutibile è fare il passo successivo e concludere che il capitalismo sia semplicemente «il sistema di Dio».
La Bibbia è più complicata. Difende la proprietà, ma ne limita l’abuso; condanna il furto, ma anche l’oppressione del povero; riconosce il commercio, ma non identifica la ricchezza con la virtù; parla di debiti, remissioni, giustizia e responsabilità verso chi resta indietro.
Non consacra un sistema economico moderno. Stabilisce però qualcosa di forse ancora più importante: il potere umano non è assoluto.
Quando lo Stato diventa Dio
Questo è probabilmente il punto più forte dell’intero ragionamento.
Se non esiste nulla sopra il potere politico, il potere politico finisce inevitabilmente per decidere ciò che è bene e ciò che è male. Non si limita più ad amministrare, ma definisce; stabilisce quanto puoi possedere, cosa puoi dire, quali idee siano accettabili, quali interessi siano legittimi e quale sacrificio possa esserti imposto in nome di un obiettivo superiore.
Milei parla dello Stato come di un possibile «Dio sostitutivo». L’espressione è forte, ma la domanda che contiene è seria: chi limita il sovrano?
La grande intuizione della tradizione biblica è che perfino il re sia sottoposto a una legge che non ha scritto lui. È una rivoluzione enorme, perché significa che il potere non coincide con il bene e che il sovrano non diventa giusto semplicemente perché può comandare.
Anche lui può sbagliare, rubare, opprimere e abusare del proprio ruolo. Anche lui deve rispondere a qualcosa che viene prima del suo potere.
Secoli dopo, il costituzionalismo liberale avrebbe cercato di trasformare lo stesso problema in istituzioni: separazione dei poteri, limiti allo Stato, diritti individuali, proprietà, libertà di espressione. Non perché l’uomo sia buono, ma proprio perché non sempre lo è.
Il capitalismo non è il paradiso
Naturalmente tutto questo non significa che basti pronunciare la parola capitalismo perché appaiano improvvisamente virtù e prosperità.
Anche il mercato produce i propri mostri quando perde i limiti morali. Corruzione, monopoli protetti, sfruttamento, frodi, connivenza tra politica e grandi interessi economici non diventano moralmente accettabili soltanto perché avvengono dentro un’economia di mercato.
Il capitalismo può funzionare molto bene come meccanismo di coordinamento economico, ma non è una religione e soprattutto non redime l’uomo. Una società libera continua ad avere bisogno di fiducia, responsabilità, reputazione, rispetto della parola data e limiti morali che nessun contratto può sostituire completamente.
Il mercato funziona perché gli uomini sono liberi, ma può funzionare bene soltanto se una parte sufficiente di quegli uomini sa anche cosa farsene della propria libertà.
Il seme e il frutto
Torniamo allora a Marx.
Era satanista? Forse la domanda non è così importante.
Possiamo discutere delle poesie giovanili, di Oulanem, delle lettere, delle interpretazioni di Wurmbrand e delle esagerazioni costruite nel corso degli anni. Ma il problema storico rimane anche se cancelliamo completamente satana dalla discussione.
Marx propone una concezione precisa della storia, della proprietà, della classe, del conflitto e dell’uomo. Quella concezione ha alimentato movimenti politici che hanno governato una parte enorme del pianeta e quei sistemi hanno prodotto risultati osservabili.
A quel punto non è irragionevole chiedersi quanto dei frutti dipenda dagli uomini che hanno applicato male la teoria e quanto fosse invece già contenuto nel seme.
È una domanda che vale anche nella direzione opposta. Non basta infatti mostrare la prosperità prodotta dalle economie di mercato per dimostrare che qualsiasi cosa faccia il capitalismo sia buona. Anche quel sistema va giudicato dai suoi frutti.
La differenza è che una società libera possiede almeno la possibilità di correggersi senza dover abbattere l’intero edificio: può cambiare governi, imprese, regole e comportamenti mantenendo uno spazio di autonomia individuale.
Un sistema che concentra invece proprietà, economia, informazione e forza coercitiva nelle stesse mani ha un problema più difficile: quando sbaglia, chi può fermarlo?
Il momento della verità
Forse è questo il punto che resta dopo aver tolto il rumore.
Non abbiamo bisogno di dimostrare che Marx fosse satanista, non abbiamo bisogno di santificare il capitalismo e neppure di trasformare Milei in un profeta. Basta una regola molto più semplice: le idee hanno conseguenze e, quando diventano sistemi politici, modificano incentivi, concentrano o distribuiscono potere, proteggono o limitano libertà, creano responsabilità oppure le cancellano.
Per questo non basta domandare cosa un’ideologia prometta. Occorre osservare cosa tende a produrre quando incontra la realtà, quando viene applicata, quando acquisisce istituzioni, burocrazie, polizia, tribunali e capacità di imporre le proprie decisioni.
È allora che una teoria smette di essere soltanto una teoria e diventa storia.
Ed è quello il momento della verità.
Non guardare soltanto il seme, il nome che gli è stato dato o la bellezza della promessa. Guarda l’albero.
E soprattutto guarda i frutti.